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I CASTELLI DI SABBIA IN PARLAMENTO

 

di Nicola Grigoletto

 

Il problema è che non decidono. A fine agosto ad esempio si è tenuto il primo Consiglio dei Ministri del dopo-vacanze. L’ordine del giorno era “leggero” (da ripresa dei lavori, appunto), eppure l'esame del decreto legge per l’avvio dell’attività scolastica 2007-2008, nonostante l’evidente urgenza, è stato subito rinviato. E finalmente approvato solo ieri. (Strano poi che serva addirittura un decreto legge per riaprire le scuole).

Rilasciano dichiarazioni. Annunciano riforme. Ma alla fine c’è poco da fare, i politici o non decidono, o decidono troppo poco e in tempi troppo lunghi rispetto al necessario. Nei prossimi mesi, oltre alla Finanziaria, il Governo dovrà affrontare una importante scadenza di cui nessuno parla più: quella sulla semplificazione legislativa. La maggioranza di centrodestra aveva approvato nel novembre 2005 una legge, poi ribattezzata “legge taglialeggi”, che delegava il Governo a compiere entro la fine di quest’anno le prime attività per formare un elenco di tutte le leggi ante 1970 da “salvare”. Il resto sarebbe stato abrogato entro il 2009. Considerato che in Italia sono in vigore oltre 100.000 atti aventi forza di legge, contro i 10.000 della Francia e gli 8.000 della Germania, il lavoro di semplificazione sarebbe più che opportuno. Ma il provvedimento è diventato una nave fantasma. Probabilmente scadrà la delega senza che si sia deciso nulla.

Chi sta messo peggio è comunque il Parlamento. Le proposte e i disegni di legge governativi che aspettano di venire esaminati riguardano, tra le altre cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, la semplificazione degli adempimenti per le imprese, la nuova disciplina sull’editoria, il federalismo fiscale, la nuova legge elettorale, la riforma delle authorities. Poi ci sono i temi etici e della famiglia: testamento biologico e legge sulle unioni civili sono fermi alle commissioni Sanità e Giustizia del Senato. Per finire con materie che interessano poco la maggioranza dei cittadini ma dividono allo spasimo la classe politica: vale a dire, conflitto di interessi, riforma della Rai e passaggio al digitale terrestre.

Sembra di vederli, tutti questi provvedimenti, adesso che riprenderanno i lavori: in fila di fronte al plotone di esecuzione parlamentare, e pronti per essere colpiti da emendamenti, sub-emendamenti, ostruzionismo, interminabili navette (così si dice quando un testo di legge viaggia da una camera all’altra in attesa dell’approvazione definitiva).

Il Governo sostiene che i ritardi sono colpa del Parlamento. Servirebbero riforme, dice qualcuno. Almeno dei regolamenti parlamentari. Ma il varco è stretto. Le ultime modifiche di fine anni ‘90 già prevedono che i tempi per la discussione dei provvedimenti siano contingentati. La realtà è che un governo che non riesce a “convincere” la sua maggioranza ad approvare speditamente le proprie proposte è un governo debole. E nulla (o poco) possono le procedure. Per rendersene conto basta guardare i numeri: il precedente Governo nel primo anno di attività era riuscito a fare approvare dal Parlamento più del 45% dei propri disegni di legge; l'attuale è poco sopra il 20%. Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa ha provato a immaginare una forma di governo “più efficiente” incentrata sul Sindaco d’Italia (un Primo Ministro eletto direttamente dal popolo). Poi però concludeva dicendo che gli ingredienti del buon governo sono anche altri. Tra questi metterei un comune e chiaro progetto politico da parte dei partiti che danno vita alla maggioranza. Altrimenti i provvedimenti che escono dal Consiglio dei Ministri per l’approvazione in Parlamento (ad oggi sono 70 alla Camera e 57 al Senato!) rischiano di fare la fine dei castelli di sabbia. Arriva un’onda e non rimane più nulla.

 

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